Ieri mio fratello ed io siamo stati ad un funerale, il fratello del nonno, avrebbe avuto novant'anni a maggio. Siamo arrivati al paese vicino al lago Trasimeno, ed in chiesa non eravamo più di venti persone, più qualche anziano paesano con cui mio zio probabilmente era stato bambino. Al cimitero cercavo di riconoscere, tra i volti, quelli di qualche parente che da piccolo avevo conosciuto ma che poi non avevo più frequentato, magari ritrovare qualche cugino di cui non si conosceva l'esistenza, o una zia più distante nell'albero genealogico.
Ad un certo punto si avvicina un signore, con un bel viso rotondo e capelli bianchi pettinati all'indietro. Scopriamo così che lui e nostro padre erano stati piccoli insieme, abitavano al portone di fianco, e nella bella stagione andavano al lago a farsi il bagno. Abbiamo parlato mezz'ora con quest'uomo, e più passava il tempo più si vedeva la sua contentezza per aver conosciuto i figli del suo amico.
Ci ha raccontato del dispiacere quando mio padre, con i miei nonni, partì per l'Argentina, o quando si mettevano tutti insieme a leggere qualche giornaletto che per caso era capitato loro tra le mani. Ci ha raccontato di quando andavano a ballare a qualche fiera nei paesi vicini, e dei dispetti che si facevano quando erano piccoli.
Poi appunto mio padre partì per l'Argentina, aveva già quindici o sedici anni, l'età di mio figlio maggiore. E' stata un'emozione dolce consocerlo, sia perchè si vedeva la sua visibile contentezza, sia perchè attraverso il suo racconto stavo guardando mio padre con occhi diversi, non come un figlio guarda un padre ma come un uomo guarda un altro uomo, con la sua storia, le sue risate, i suoi sentimenti. Leggevo le stesse cose sul viso di mio fratello, con il quale ci siamo messi a ridere e scherzare sulle immaginarie vicende di nostro padre da ragazzino.
Dal cimitero siamo poi andati a casa di nostra cugina, dove abbiamo pranzato, abbiamo bevuto il vino del contadino e mangiato un ciambellone con pinoli e cioccolata dell'uovo di Pasqua fatto da una vicina.
Ci siamo ritrovati con un paio di altri ragazzi (ragazzi, insomma, ragazzi della mia età diciamo...) che non vedevo più da, oddio!, quasi quarant'anni, pronipoti da parte di mia zia. Abbiamo ricordato quando si giocava nel giardino di zio, quando abbiamo rotto il naso alla statuetta di gesso color mattone in mezzo al prato, una statuetta che esiste ancora, con il naso mezzo tagliato, e che rappresenta un pastorello sorridente.
Abbiamo ripensato al giorno in cui abbiamo preso gli attrezzi dello zio, falegname come mio nonno, e abbiamo segato e poi inchiodato una panchina di legno dietro casa. Ci siamo scambiati gli indirizzi ed abbiamo scoperto di abitare a pochi chilometri di distanza l'uno dall'altro. Anche mia cugina si è messa a ricordare di quando noialtri eravamo piccoli e lei, con dieci anni più di noi, doveva starci appresso invece di uscire per il paese con le amiche. Al ritorno pensavo che il funerale alla fine si era trasformato, al di là della normale ed ineluttabile tristezza per lo zio che non c'è più, in una occasione di ricordi, di riallacci di parentele e di relazioni, di qualche risata. Forse non incontrerò più queste persone, non tutte almeno, se non probabilmente al prossimo funerale, ma ci siamo lasciati come se dovessimo ritrovarci l'indomani o passare le vacanze insieme. Ci siamo raccontati in pochi minuti tutte le nostre vite, partendo dall'essenziale (matrimoni, lavoro, figli, nascite, morti) ed aggiungendo via via qualche particolare.
Il funerale era passato in secondo piano, mentre invece importante era ritrovarci noi, lì, vivi dopo quarant'anni, a parlare di vecchi ricordi.















