La metropolitana delle diciotto e trenta è nuovamente piena di sogni infranti, contenuti nei pensieri di impiegati stazzonati nei loro efficienti completi grigi o neri, di rumeni con le mani sporche di calce, di filippine con grandi borse della spesa, di ragazzi con tutta la sapienza nei libri, ben chiusi dentro lo zaino. Gli occhi dietro le lenti scure, per difendersi dalla luce del giorno. Solo che non è giorno, nel vagone della metropolitana il trascorrere del tempo è scandito solamente dalla frequenza dei treni. Da cosa difendersi, allora, qui dentro? Cosa ci spaventa? Le orecchie ben tappate da cuffie che ci isolano con la loro musica per non ascoltare possibili parole che potrebbero farci sorridere, o pensare.
Tutto quel di cui abbiamo bisogno è dentro la nostra testa, qualcuno ha più materiale di altri.
Le due ragazze qui davanti parlano fitte fitte, ridendo piano e scambiandosi occhiate d'intesa, sciarpa colorata l'una, un berretto di lana rosa e bianco l'altra.
Il rumeno in piedi profuma di vino di poco prezzo, sudore e stanchezza, mettendo a frutto l'abilità di dormire in piedi mentre si tiene con la mano all'apposito sostegno. I tre ragazzotti quindicenni mostrano a tutti l'elastico nero o blu dei loro boxer, ed intanto infilano parole come perline di plastica per farne collanine, ma senza la stessa utilità.
Una signora seduta qui di fianco tiene tra le mani un blocco di email stampate che la tecnologia le ha consegnato dimenticandosi di fornirle anche il tempo per leggerle. Leggo il mio libro osservando nel frattempo chi mi sta attorno, come la donna in piedi dietro di me che continua a prendermi a gomitate mentre apre e chiude la borsetta prendendo un cellulare e riponendolo ogni volta che usciamo da una galleria.
Le porte del vagone si aprono e si chiudono per il necessario ricambio di delusioni da trasportare.
Io arriverò fino alla fine, io non uscirò da qui finchè la metropolitana non sarà completamente ferma.
I sogni arrivano sempre al capolinea.

















