sabato, 19 gennaio 2008 - 23:16

I link mentali di IceKent, dopo la loro ricomposizione casuale in geometrie non euclidee, hanno inaspettatamente dato origine a questo post
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Melindo camminava sempre come se fosse su un cornicione poco più largo di una spanna. Metteva attentamente un piede davanti all'altro tenendosi in equilibrio allargando leggermente le braccia e guardando in basso dove posava i propri passi.



Melindo aveva cinquantaquattro anni ed una moto Gilera color panna, tenuta insieme con dello spago per pacchi, quando arrivava al tornante avevi sempre l'impressione che si sarebbe ritrovato addosso al pioppo che indicava la strada per la Contrada Vecchia, o sarebbe ruzzolato giù per la scarpata per finire nel fiume che scorreva lì sotto. Per lui che amava tanto il vino, morire nell'acqua sarebbe stata la beffa peggiore.



Melindo lo chiamavamo tutti il Toni Postin, perchè da giovane aveva lavorato alle Poste fino a quando in qualche modo era stato messo in pensione per motivi di salute.



Melindo era sempre ubriaco, anche quando stava qualche giorno senza bere perchè veniva ricoverato in ospedale da Don Dino, il parroco del paese. Melindo aveva un berretto da aviatore di quelli della I guerra mondiale, con le coperture per le orecchie che arrivavano fin sotto ed un paio di occhiali grandi grandi, che si infilava quando montava sulla sua Gilera e andava al Rifugio Guardia 1500 per il suo primo bicchiere della giornata verso le tre del pomeriggio.



Melindo un pomeriggio è rimasto al bar insieme a noi mentre si giocava a bocce, la solita squadra del Tarcisio contro la solita squadra del Mario Barbiere e ad ogni tiro era un bicchiere di vino. Il Mario non era barbiere, ma il padre si. Alla fine della partita, dietro le tavole di legno che delimitavano il campo di gioco, c'erano otto bottiglie vuote, sei di birra e due di vino. Noi bevevamo solo birra, quando si giocava, e lui Breganze o Marzemino, ma non quelli di marca, quelli non aveva i soldi. Si beveva il vino che davano al bar, fatto chissà dove e chissà come, ma lui diceva sempre che quello era Breganze, oppure Marzemino.. Il giorno che riscuoteva la pensione si concedeva del Pinot Grigio che andava a comprare dal Roberto Fornaio, e faceva vedere a tutti la sua bottiglia con l'etichetta che recava la scritta: Pinot Grigio.



Melindo non lo sapeva nessuno come viveva, in quella casa fuori dell'ultima contrada, sulla strada per andare a Trento, perchè nessuno lo andava mai a trovare. Dicevano che una volta aveva preso moglie, ed aveva pure una figlia, ma che poi lei era fuggita con uno di Verona, uno che vendeva mobili, e lo aveva lasciato lì da solo e lui aveva cominciato a bere, che prima era quasi astemio.



Melindo una sera lo abbiamo ritrovato addosso al pioppo con la moto a terra e ci siamo spaventati, ma poi ci siamo resi conto che era solo ubriaco e si era addormentato appoggiato all'albero mentre pisciava, così gli abbiamo messo su una coperta e l'abbiamo lasciato lì. Il Giampaolo era già andato a chiamare il dottore, mentre noi si stava lì a fumare e scherzare tra di noi.



Melindo è stato una settimana in ospedale perchè il parroco ha chiesto e pregato e minacciato il primario di tenerlo dentro e fargli tutti i controlli del caso.



Melindo è tornato a casa sua con l'ambulanza e sembrava un altro, ben vestito e sbarbato, e con un profumo che finalmente non era nè Breganze nè Marzemino, ma acqua di colonia.



Melindo l'ha ritrovato dopo qualche giorno una signora che gli andava a fare le pulizie pagata dalla chiesa, ed era morto lì sul suo letto ed una bottiglia di vino appoggiata con cura a terra, che piuttosto di spanderne un goccio meglio berne un pozzo, stappata da poco, ed il gatto che miagolava per la fame.



Melindo al suo funerale lo accompagnammo noi sei o sette ragazzotti della contrada che si giocava a bocce e si andava a donne e gli si pagava sempre un giro al Toni Postin, ed in chiesa Don Dino disse poche parole. Poi pian piano ci siamo incamminati al cimitero, e quando l'hanno messo sotto terra ci è venuto a tutti il groppo in gola. Finita la funzione ci siamo dispersi per il cimitero, ognuno a raccontare quel che era successo ai propri cari, nonni, genitori, zii, fratelli, e dirgli sai nonno, mamma, Mario, è morto anche il Toni Postin, con quello che si beveva è un miracolo che era arrivato a cinquantaquattro anni.



Al bar ci siamo ritrovati la sera, ed abbiamo bevuto una bottiglia di Breganze alla sua salute. Ce ne siamo fatti portare una di quello buono, che Melindo non se l'era mai potuta permettere una bottiglia così.







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categoria : racconti, canzoni, autoreferenza, lo studio di psicanalisi

mercoledì, 13 settembre 2006 - 00:37

I link mentali di IceKent, dopo la loro ricomposizione casuale in geometrie non euclidee, hanno inaspettatamente dato origine a questo post
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Il freddo è ancora più profondo, quando si cammina seguendo i binari della ferrovia.

E se la notte è illuminata dalla luna, il freddo è terribile.

E se sei da solo, la ferrovia, la luna e la solitudine non ti consentiranno di riscaldarti, per quanto pesante possa essere il tuo cappotto.

L'unico tepore può arrivare solamente dai ricordi, e dalle emozioni ricordate.

Questo pensavo mentre mi allontanavo dalla cittadina alle mie spalle, attraversata senza conoscerne il nome, e così come si confidano i propri segreti a perfetti sconosciuti incontrti alla fermata dell'autobus, così a quella città avevo raccontato i miei sogni.

Tre giorni mi ero fermato, in paese, ed ero arrivato che pioveva come se Dio si fosse ricordato tutto d'un tratto che anche quelle campagne avevano bisogno di acqua, e volesse in poche ore rimediare alla dimenticanza.

A qualche chilometro, osservando il cielo, avevo tirato fuori la cerata ed alzato il cappuccio, riparando il più possibile il mio zaino, tutto il mio tesoro. Iniziò a piovere proprio mentre arrivavo all'altezza delle prime case nella campagna intorno alla città, case calde, con tende a fiori alle finestre, luci accese nelle cucine e gente che guardava la pioggia cadere fumando la pipa.

La strada era diventata un fiume, ed io mi lasciavo trascinare da essa con la stessa consapevolezza di un filo di paglia in un torrente.

Riuscii a riparami sotto la tettoia di una casa che mi sembrava disabitata, e la prima cosa che feci fu togliermi il telo impermeabile e scuotere la pioggia ed il fango che vi si erano accumulati.

Avessi potuto scrollare dal mio cuore anche la pesantezza.

Dallo zaino, ancora asciutto fortunatamente, tirai fuori una busta di tabacco e delle cartine, ed iniziai a preparami meticolosamente una sigaretta. 

Accesi la mia sigaretta e mi sedetti sul pavimento di legno, osservando i fulmini che cadevano poco più in là e sperando che quella casa avesse un buon parafulmine. Gettai il mozzicone nell'acqua, e tirai fuori dallo zaino una bottiglia di cognac per riuscire a scacciare il freddo che avevo dentro, due fette di pane nero ed un pezzo di salciccia, comprato con i soldi duramente risparmiati durante il mio viaggio.

Mentre mi accingevo a mangiare il mio pranzo, la porta della casa si aprì, ed una ragazza si affacciò sull'uscio..Mi alzai in piedi e provai a spiegarle che volevo solo ripararmi, e che appena fosse smesso di piovere sarei andato via.

Lei mi guardò, aveva occhi marroni dolcissimi, e mi disse: -Posso rimanere qui con te, se vuoi-

Non sapevo cosa risponerle, anche se avevo sperato che mi invitasse ad entrare al caldo della casa. -Si grazie- le risposi senza forse troppa logica -mi farebbe piacere-, e mi rimisi seduto con la schiena appoggiata alla parete della casa.

Lei tirò fuori una seggiola e si mise a sedere accanto a me e rimase a guardare la pioggia che scendeva ed il cielo che diventava sempre più scuro. Terminai di mangiare il mio pane e la mia salciccia, e quando feci per bere un sorso dalla bottiglia di cognac, non sapevo se potevo offrirne un poco anche a lei. Non mi sembrava gentile non chiederlo, ma d'altronde la bottiglia era stata usata parecchio, e l'imboccatura non era proprio igienica.

La guardai offrendole la bottiglia, senza dirle nulla, e lei andò in cucina e tornò con due bicchieri, in cui versai due dita di cognac.

Lei bevve sempre guardando verso la campagna, poi mi disse: -Pensi che smetterà di piovere?-

Un po' interdetto, le risposi: -Prima o poi smette sempre di piovere-

Lei continuò a guardare lontano: -No, non sempre smette di piovere. Può solo diminuire, ma non sempre smette di piovere-

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categoria : racconti, canzoni

mercoledì, 06 settembre 2006 - 00:04

I link mentali di IceKent, dopo la loro ricomposizione casuale in geometrie non euclidee, hanno inaspettatamente dato origine a questo post :


La borsa del computer portatile aperta sulla tavola, è nera, foderata, imbottita ai lati per proteggere amorevolmente il delicato strumento, più morbida di un'ostrica, e meno prezioso di una perla.

All'interno della parte appoggiata al muro, una penna bic senza memoria delle frasi scritte, blu, ed un pennarello per scrivere sui cd, arrivato quasi alla fine della sua esaltante vita, nero.

Una agenda culturale di Barcellona ed una cartina della città sono inserite nel tascone di destra, come un dito indice puntato che faccia cenno di avvicinarsi, senza paura, come se fosse un Pifferaio Magico.

Alcuni fogli bianchi nella tasca di sinistra ed un cd che contiene insiemi apparentemente casuali di 0 ed 1, e che solo un dispositivo adatto riesce a comprendere. Dentro la borsa, una custodia in pelle per l'hard disk portatile, poggiato sopra di essa, moderni stiletti nei foderi non più di velluto, con i quali non si può uccidere ma solo ferire; il dispositivo è rettangolare, con i due lati corti di colore nero, il resto argenteo con la scritta della marca in bianco su fondo nero.

Contiene anch'esso processioni finite di bit, in lunghe file a spirale, come le scale che conducono alla cima di una cattedrale gotica, e che invece non conducono da nessuna parte, impoveriti dal furto della terza dimensione.

Da uno dei lati corti esce un cavo nero, giri tortuosi lo aggrovigliano al cavo dell'alimentazione del portatile. Il cavo arriva dopo molte peripezie ad inserirsi nell'apposita porta del computer, proprio di fianco al connettore dell'alimentazione, che con altrettanto coraggio arriva all'alimentatore, posato con indifferenza all'interno della borsa.

Una agendina nera, rettangolare, chiusa da un elastico, un accendino verde che timoroso si nasconde sotto di essa. Un pacchetto di sigarette semivuoto, con un accendino viola a fianco. Proprio di fianco all'agenda sulla quale ho scritto queste parole, un portacenere di vetro verde rubato in un albergo a Firenze.

Contiene quattro mozziconi, che presto diventeranno cinque, e tre noccioli di susina.

Il cellulare, spento, sulla mia sinistra, il tappetino blu del mouse alla mia destra.

La porta del balcone aperta, il cane dei vicini che abbaia al loro ritorno, un lampione bianco illumina il giardino.

Il portatile acceso, le mie mani che corrono sulla tastiera bianca e scrivono queste fumose parole.

Suona Johhny Cash, Solitary Man.

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categoria : canzoni, autoreferenza

martedì, 21 febbraio 2006 - 22:27

I link mentali di IceKent, dopo la loro ricomposizione casuale in geometrie non euclidee, hanno inaspettatamente dato origine a questo post :

Giornata grigia, oggi. Cade giù un'acquerugiola fina, invisibile e grigia, mimetizzata tra gli alberi ed il marciapiede, dove forma pozzanghere che con i prossimi raggi di sole risplenderanno dei molti colori dell'olio caduto dai motori. Salgo in metropolitana mentre ascolto Aretha Franklin, trovo un posto a sedere ed apro il mio libro. Libro da metropolitana, che l'Ulisse di Joyce risulta difficile da tenere in mano se sei in piedi, in equilibrio traballante. L'equilibrio è sempre traballante, se non lo fosse non ci sarebbe movimento, ma solo quiete e stasi, l'entropia sarebbe massima e pari a zero. Alla fermata successiva salgono tre ragazzine, in tre hanno meno della mia età. Ridono, parlano ad alta voce, fanno sentire al mondo che anche loro esistono. Vicino a loro siede un ragazzo che immagino piuttosto alto, capelli castano chiaro, pettinati ordinatamente anarchici, dovrebbe essere un bel ragazzo, credo. Le tre ragazzine si danno di gomito e di occhiate tra loro, e ridono più forte. Sono contento per loro, che hanno quarant'anni in tre, ed il mio amico Roberto morì che ne aveva appena trentacinque. Alla fermata di Piazza Bologna scendono, mi rituffo nel mio libro da viaggio. Ora in cuffia Out of the Blue, cantata dai Roxy Music con la voce di Brian Ferry. Salgono un ragazzo ed una ragazza, poco oltre i vent'anni, belli ambedue, non c'e' che dire. La pelle scura di lei e le sopracciglia ritoccate che sembrano due virgole sopra gli occhi neri, le labbra color porpora e, probabilmente, una buona terza. Di più non so dire, sono dall'altra parte del vagone. La pelle di lui è leggermente più scura, ha il fisico di un atleta e si muove come se ballasse. Siamo nel tratto di viaggio in cui la metropolitana esce allo scoperto, rivelando un cielo ancora grigio sopra i tetti delle case che sfilano dietro i finestrini rigati dalla polvere e colorati con gli spray dei writers. Un po' di colore non fa male, ogni tanto. Altra fermata, sul marciapiede opposto un ragazzo ed una ragazza attendono il loro treno. Parlano fitto fitto, le mani di lei sono sotto il giaccone di lui, che tiene gli zaini di entrambi. Frank Sinatra ha avuto sempre un ottimo senso scenico, ed infatti canta Killing me Softly. Noto sempre con stupore, come fosse la prima volta, gli edifici costruiti a fianco dei binari della metropolitana, siamo in zona San Paolo. Vecchie costruzioni abbandonate con i loro finestroni dai vetri rotti ed immediatamente vicino lo stile preciso e minimalista della stazione della metropolitana, con i mattoni in cortina color rosso, rosso mattone, appunto. Altra fermata, tra poco scendo dalla macchina del tempo, dal teletrasporto, dalle pagine del libro, dal mio lettore portatile. Un uomo parla da solo ad alta voce, guardando ogni tanto verso le nuvole che sembra si stiano allontanando. Forse parla al cellulare, forse è matto, forse è un matto che parla al cellulare senza che nessuno lo ascolti, dall'altra parte dell'antenna. Una ragazza seduta di fronte a me mi guarda e sorride. Strano, stamattina non ho nemmeno fatto la barba, non credevo di essere così piacevole da guardare da strappare sorrisi. Poi mi accorgo che sta leggendo lo stesso mio libro, ed allora posso sorriderle anche io senza bisogno di essere considerato invadente. La mia fermata, Freddy Mercury si chiede Who Want to Live Forever, proprio lui, già, bell'epitaffio, magari me lo faccio scrivere anche io sulla lapide, un pulsante, e si sente la musica. Niente angeli o croci, sulla mia tomba, ma un bell'impianto 5:1. Con l'attacco per le cuffie così da non disturbare gli altri. Salgo i gradini che mi porteranno all'uscita, piano strada e cemento, accendo una sigaretta. Piove, ma ho un berretto che mi hanno portato dagli UeSsEi, metto la borsa con il portatile sulla spalla e cammino verso l'edificio ed i compiti che devo svolgere. Attraverso la strada, gli Aphrodite's Childs stanno terminando di cantare Rain and Tears. Prima di entrare mi volto a guardare il palazzo di fronte, brutta torre nera di diciassette piani, l'attico con delle sbarre alte tre metri per scoraggiare eventuali suicidi. Potevano farlo rosa e giallo, il palazzo, avrebbero evitato la spesa per le protezioni contro i voli d'angelo. Getto la sigaretta, penso a lei. I Metallica mi ricordano che Nothing Else Matter.
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categoria : canzoni, introspezione

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