mercoledì, 19 novembre 2008 - 23:05

I link mentali di IceKent, dopo la loro ricomposizione casuale in geometrie non euclidee, hanno inaspettatamente dato origine a questo post
:

Fino al momento in cui sono arrivato qui stanotte, su questa collina, non sapevo che ci sarei venuto, ero convinto che come tutte le sere sarei andato al bar di Lonny a guardare la birra scendere di livello nel mio bicchiere e poi sarei tornato a casa, facendo scricchiolare la ghiaia del vialetto sotto le ruote.

Invece, arrivato alla fine di Bentson Road non ho svoltato a destra come sempre, ma ho continuato dritto fino ad uscire dalla città.

Le mie braccia erano diventate il mio autista, ed io ero solo un passeggero che doveva essere trasportato senza fare domande.

Così approfittai di quella strana guida automatica per osservare il panorama che passava all'indietro dal finestrino laterale, e la strada dritta dritta a forma di triangolo, con i lati enormemente allungati e la base formata dal cofano dell'auto.

Man mano che andavo avanti cercando il vertice di quel triangolo le case diventavano più distanti l'una dall'altra, i lampioni mandavano una luce più fioca, e l'aria iniziava a sapere di campagna.

Seppi dove mi stavano portando le mie mani quando svoltarono in una laterale buia che arrivava fino ad una casa isolata, ad un paio di chilometri dalla strada principale.

La stradina andava verso l'alto diventando sempre più stretta, l'asfalto era terminato cinquecento metri più indietro ed ora camminavo lentamente sulla strada bianca, sentivo lo stesso rumore di sassi schiacciati di quando tornavo a casa.

Le mie mani adesso erano tornate a far parte di me, ero il passeggero che doveva scendere e percorrere gli ultimi metri a piedi, l'autista non era ammesso lì.

Scesi dall'auto, lasciando i fari accesi e chiudendo la porta senza far rumore mi avviai lungo il sentiero di erba schiacciata che arrivava fino alla porta della casa. Arrivato a metà strada mi voltai indietro, mi aspettavo quasi che la mia automobile avrebbe fatto manovra e sarebbe tornata indietro da sola.

Mi calcai il berretto più giù sulla fronte per ripararmi dall'umidità della campagna e continuai a camminare verso la casa, una casa che conoscevo bene.

Ecco il cancello, fermato da un piccolo saliscendi, ecco il piccolo viale che arrivava proprio di fronte al pergolato, la tettoia sotto la quale si parcheggiava l'auto la sera, il tavolino bianco sempre più scrostato che nessuno aveva verniciato.

Al lato della casa, oltre il recinto di rete metallica, un fosso che nei rari giorni piovosi portava giù a valle, insieme all'acqua, la sporcizia accumulata durante l'anno.

La casa era completamente deserta, abbandonata, non traspariva più nemmeno il calore del ricordo.

Ma le mie mani, più intelligenti di me, mi avevano portato fino lì con uno scopo, ed io sapevo qual era.

Tornai indietro e salii sulla mia macchina, superai il cancello e la parcheggiai sotto la tettoia di tegole.

Non avevo le chiavi per entrare in casa, mi accesi una sigaretta e tirai su il bavero della giacca aspettando in auto.

Prima o poi lei sarebbe arrivata a riaprire quella casa, dove un cappello bianco aspettava ancora di essere indossato da me.
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Commenti
#1   20 Novembre 2008 - 00:06
 
Non so se sia reale o meno, ma la chiusa mi ha fatta rabbrividire.
Davvero c'è sempre tempo? Basta aspettare?
utente anonimo

#2   20 Novembre 2008 - 09:51
 
Bell'atmosfera alla Humphrey Bogart in bianco e nero: scrivi molto bene, sai? Ma anche tu sei così "tenebroso"?
Bastian Cuntrari
utente anonimo

#3   20 Novembre 2008 - 20:43
 
quando ho scrollato l'impermeabile
nell'aria, alla gracile luce della lampada dell'ingresso

ti ho visto apparire, divincolare
un sorriso di stupore saputo
brillare di gioia
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#4   21 Novembre 2008 - 14:32
 
e poi?
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#5   22 Novembre 2008 - 09:12
 
stiamo implodendo su noi stessi come sta facendo il sole, certo basta aspettare.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Sinforosa72

#6   25 Novembre 2008 - 17:59
 
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