Il tempo cambia. Cambia lui, e cambia noi, così lentamente che nemmeno ci sembra.
Un giorno incontri un vecchio amico, oppure guardi una foto, ritrovi il quaderno delle elementari, e ti metti a pensare a cosa volevi fare, a cosa volevi essere, a cosa sei diventato.
Magari volevi fare il dottore o la maestra, l'astronauta o l'ingegnere, la farmacista o quasi tutto di questo e allora alzi gli occhi da quel che stavi guardando e vedi che stai facendo l'impiegato, o l'operaio, o lavori in una ditta di pulizie.
Oppure niente di tutto questo.
Nè di altro.
Ripensi a come volevi ricostruire il mondo, a tua immagine e somiglianza, perchè quando avevi quindici, sedici, diciotto anni eri dio, ed allora fai questa domanda ai tuoi figli.
La risposta ti lascia perplesso, niente sconvolgimenti, solo perplessità sulla loro mancanza di visione del futuro. Niente immaginazioni sul mestiere da fare da grandi, nè tantomeno che studi iniziare dopo il liceo, o fare una ricerca per il solo ed unico piacere di farla.
Nuotare facendo fatica ti costringe a pensare se sia difficile perchè stai andando controcorrente o perchè stai diventando vecchio. Nel primo caso, ragioni, forse la corrente ha cambiato talmente tante volte che magari stai proprio sbagliando direzione. Nel secondo caso non puoi farci niente, ed allora pensi che sia meglio smettere di nuotare.
Ad un tratto alcune osservazioni dei tuoi figli ti spingono invece a riconsiderare tutta la faccenda, forse non sono proprio così male, forse loro, e i loro amici, i loro coetanei, hanno solo un modo diverso di ragionare e tu non puoi seguirli perchè sono trent'anni avanti a te. Ora dio sono loro, e possono fare quel che vogliono, anche lasciare che tutto vada in malora.
L'unica conclusione è continuare a nuotare, tanto ormai la direzione non ha più molta importanza, muoversi continuamente, fare il morto a galla e lasciarsi trasportare e poi nuotare ancora.
Un po' in direzione della corrente, un po' contro, così come fanno loro.
Falsemir, Magritte

















