questo racconto è stato postato la prima volta qui.l'ho ripreso e modificato. Una parte del racconto mi fu regalata, io non ho fatto altro che aggiungere qualcosa.. vi prego solo di perdonare la lunghezza.
Le nuvole stavano arrivando dal mare, e presto avrebbero fatto la loro comparsa sulla terraferma.
Non erano le nuvole dell’estate che terminava proprio quel giorno, ma nubi cariche di acqua da gettare sulla terra con violenza. Si avvicinavano sempre più, e man mano che la spiaggia si faceva più vicina si ingrossavano e si annerivano.
La ragazza era appoggiata allo steccato che divideva la strada dalla spiaggia, asfalto da una parte, sabbia e radi cespugli mediterranei dall’altra, e guardava verso il mare. Proprio di fronte a lei un uomo stava raccogliendo il telo steso sulla spiaggia, mentre la donna accanto a lui si annodava ai fianchi una gonna con motivi di frutta esotica e pappagalli gialli e blu. Lui si infilò i pantaloncini sul costume scuro, poi la camicia celeste lasciata aperta sul petto, guardò a terra se non si fossero dimenticati nulla, e si avviarono chiacchierando verso la strada dove avevano parcheggiato l’auto, camminando sul sentiero lastricato di pietre larghe e piatte.
La ragazza scavalcò lo steccato, si tolse le scarpe ed a piedi nudi si incamminò sulla sabbia ancora calda del sole del giorno che ormai stava terminando. Il vento si era fatto più freddo, ed i pantaloni di cotone e la camicia non parevano ripararla molto dall’aria che arrivava dal mare. Si sedette al di là dello steccato, sulla sabbia ancora calda del sole del giorno, che ormai stava scorrendo via, rannicchiando le ginocchia contro il petto ed appogiandovi sopra la testa, incurante del temporale che ben presto si sarebbe abbattuto sul litorale.
Prese tra le mani un pugno di sabbia e la fece scorrere tra le dita, guardando le onde del mare attraverso la sabbia che fluiva tra le sue dita. In quel momento, la prima goccia di pioggia si posò sul suo viso, e lei alzò lo sguardo per vedere le nubi aprirsi, e gettare il loro carico umido su cose e persone, indistintamente, non preoccupandosi di chi fosse al coperto e di chi no. La ragazza sembrava non curarsi della pioggia, e continuava a prendere manciate di sabbia da far scorrere via dopo averle tenute in mano un momento, come se volesse ripararle dall’acqua che cadeva dal cielo prima di abbandonarle nuovamente, poi tornava a raccogliere altra sabbia che nuovamente si faceva scivolare via, accelerando freneticamente questi suoi gesti, e ad un tratto usò entrambe le mani per prendere altre centinaia di migliaia di granelli, ma anche questa volta la pioggia glieli fece scivolare via. La ragazza si passò allora le mani sporche sul viso pulito, e lo volse poi verso il cielo per lavarlo via da ogni impurità, le gocce di pioggia che scorrevano sulle sue palpebre chiuse. Come se fosse terminato un rito si riscosse, e sembrava si fosse accorta solo ora che stava piovendo, e che i suoi vestiti erano bagnati. Si alzò lentamente e si diresse verso lo steccato che aveva attraversato poc’anzi.
Abbandonai la tettoia del chiosco che mi aveva fornito riparo fino a quel momento, e mi incamminai verso la ragazza sistemando bene lo zaino sulle spalle e spingendo la mia bicicletta davanti a me. La ragazza mi vide mentre mi avvicinavo, e forse si spaventò alla vista della mia figura avvolta in un mantello scuro e con un cappello da pescatore sulla testa, ma non si voltò per fuggire, sembrava anzi volermi aspettare per vincere la sua paura. Il temporale stava terminando, spostandosi verso le montagne alle nostre spalle.
A poco a poco, la pioggia cessò, ma la ragazza rimase lì ferma a guardarmi, poi spostò lo sguardo verso le sue mani, con solo il ricordo della sabbia bagnata, che ormai era scivolata via.
Ma questo è il destino della sabbia, ed il suo scopo è scivolare via.
Mi mossi verso di lei, e quando le fui accanto lei iniziò a camminare lungo il bordo della strada, senza dirmi una parola, né io dicendola a lei. Camminammo così fino all’inizio delle case, si sentiva ancora il profumo del mare portato dai mille spruzzi delle onde trasportati dal vento, ed io non potei trattenermi dal parlare:
-Per quanti sforzi tu faccia, non riuscirai mai a raccogliere nuovamente lo stesso granello di sabbia che fino a poco fa stringevi tra le dita-
Lei mi guardò continuando a camminare, ma ora il suo passo sembrava più leggero e forse più deciso.
Il pomeriggio ormai era a quel punto in cui non si riesce a distinguere dalla sera, non c'era abbastanza sole per asciugarla e la maglietta le si era incollata addosso. Aveva freddo, si vedeva, ed avevo la sensazione che fossero state le mie parole a farla rendere conto di questo, che forse senza le mie parole il freddo non l’avrebbe colpita.
Le posai sulle spalle la mia incerata verde, e continuammo a camminare lungo la strada silenziosa fino a ritrovarci di fronte al portone di una casa davanti alla quale si fermò, e prendendo le chiavi dai pantaloni lo aprì. Entrò, e voltandosi si tolse il mio mantello dalle spalle e me lo riconsegnò con un sorriso tenendolo aperto con entrambe le mani. Posai il mantello sul sellino della bicicletta e la appoggiai al muro, mi sfilai lo zaino dalle spalle e ne tirai fuori il mio asciugamano con cui le asciugai il viso ed i capelli. Feci per riporlo nello zaino, ma lei me lo prese dalle mani e se lo portò nuovamente al viso, tenendolo ben stretto poi tra le mani.
Mentre stavo montando sul sellino, con un piede a terra e l’altro già sul pedale, lei si avvicinò a me e mi baciò sulla guancia.
-Non guarderò la sabbia- mi disse stringendo l'asciugamano. –La sabbia scivola via, perché quello è il destino della sabbia. Ma i ricordi non scivoleranno mai via da me, perché è questo il destino dei ricordi.-
Diedi un colpo di pedale e mi allontanai, e non sentii chiudersi la porta della sua casa.

















