domenica, 29 ottobre 2006 - 01:08

I link mentali di IceKent, dopo la loro ricomposizione casuale in geometrie non euclidee, hanno inaspettatamente dato origine a questo post
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Crollano, lucide armi, il tempo che ho trascorso a ripulire e preparare tutte le armi ed i mestieri che il caso, o il destino, ha posto nelle mie mani, per poi appenderle lucide e belle alle pareti del mio castello.

 Inutile tempo, vederle poi crollare con il soffio di un vento traverso.

La rabbia mi assale, allora, e vorrei ricostruire non solo le mie mura, ma tutti i mondi dell'Universo con la sola forza dei miei calcoli e delle mie improbabili geometrie, ed allora urli: calcolare nuovi mondi!

L'ira alla fine svanisce, ed arrivano chiare e lucenti le regole per nuove costruzioni, dove finalmente posso usare le mie lance ed i miei scudi, finalmente docil la norma riluce





E con il calore dar lumi a chi mi è accanto, senza dimenticare la luce di un sorriso.

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categoria : filosofia, scrittura, giochi di parole

venerdì, 27 ottobre 2006 - 00:14

I link mentali di IceKent, dopo la loro ricomposizione casuale in geometrie non euclidee, hanno inaspettatamente dato origine a questo post
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René Magritte: La reproduction interdictePosi la borsa sul pavimento del vagone della metropolitana, ti togli la giacca, ti sciogli la cravatta e la infili in tasca dei pantaloni.

Aspetti che il treno si fermi, che le porte si aprano.

E fuggi fuori, scappi, corri fuori, fuori da chiunque, fuori da qualunque luogo che possa anche solo minimamente imprigionarti.

Hai lasciato la giacca sul sedile della metropolitana, diretta ad un capolinea diverso dal tuo. E corri, continui a correre, fino a che il fiato fa fatica a farsi strada su dai polmoni che pompano come pazzi, come da tanto tempo non facevano più.

Trovi una fontana e ti fermi a bere acqua fresca. Tiri il fiato, ti guardi attorno e ti accorgi di essere arrivato alla stazione, alzi gli occhi verso il tabellone delle partenze.

Il tuo sguardo è diretto agli orari, non alle destinazioni.

Tra venti minuti parte un treno, ti frughi in tasca e trovi dei soldi, le uniche banconote che ti eri portato appresso.

Alla biglietteria chiedi un biglietto per il primo treno in partenza.

"Per dove?" ti chiedono leggermente stupiti.

Non importa dove mi condurrà quel treno, basta che sia il primo treno in partenza, deve essere il primo treno in partenza.

Gli ultimi, li ho già persi tutti.

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categoria : frammenti, introspezione

mercoledì, 25 ottobre 2006 - 22:07

I link mentali di IceKent, dopo la loro ricomposizione casuale in geometrie non euclidee, hanno inaspettatamente dato origine a questo post :





Venezia, città di sfumature malinconiche, dove non si può andare senza una donna da amare nel proprio cuore, dove stare lontani provoca emozioni quasi come quando si sta vicini, dove una donna da amare è necessaria anche solo per lo spazio di una sera o di una notte, e dalla quale farsi abbandonare prima che la nebbia del mattino si alzi e ci faccia scoprire la verità.


Venezia, attraversare i suoi ponti guardando nel vuoto ed immaginarsi rispecchiati nell'acqua dei suoi canali, l'immagine riflessa accompagnata da presenze in maschera, voltarsi e non vedere nessuno.

Venezia, linguaggi e dialetti diversi dai tuoi, comprensibili con uno sguardo, senza parlare.

Amo questa città ogni volta che ci torno.

Ma è triste averla amata in solitudine.


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categoria : viaggi

venerdì, 20 ottobre 2006 - 21:58

I link mentali di IceKent, dopo la loro ricomposizione casuale in geometrie non euclidee, hanno inaspettatamente dato origine a questo post :


Mi spinsi anche io all’interno del gruppo di persone che chiacchieravano tra loro e con il vecchio, e ad un certo punto, lui girò lo sguardo verso di me. Aveva occhi celesti, quasi liquidi, e le palpebre semichiuse come per una abitudine di anni ed anni di sole; come mi vide, smise un attimo di parlare, poi alzò la voce e disse:

‘Senoras y senores, quero que presentar un gringo europeo, es de Roma, que trabaja al jornal La Pregunta de Madrid.

Es un hombre bueno y lindo, pero non muy felis de su posicion. Como todos las europeos y las americanos del norte, es siempre de cuersa. Pero ahora tiene que fermarse, porque la estrada es terminada! ‘

Un coro di risate accompagnò la frase di Tio Pepe, e ci misi qualche attimo per capire che stava parlando di me. Stavo cercando di rispondere al saluto in qualche modo, quando il gelataio, rivolgendosi direttamente a me, mi salutò:

‘Buenas tardes, senor Ice Kent, como estas?’

‘ah, mmm, ehm, buenas tardes, Tio Pepe, y buenas tardes a todos las personas, gracias .. ‘

Ero piuttosto imbarazzato, potete capire. ‘Non si preoccupi di parlare lo spagnolo, signor Kent, qui parliamo tutti correttamente l’inglese, ed anche con l’italiano molti di noi se la cavano. Venga qui, le voglio offrire un aperitivo a nome di tutta la comunità’ e non appena terminato di parlare, un nino si fece largo tra la folla portando un bicchiere con del liquore rosso. Alzai il bicchiere imbarazzatissimo, volgendomi verso la folla e verso il vecchio, in un piccolo brindisi di ringraziamento, e bevvi il mio liquore. Era ottimo, fresco, secco, non eccessivamente alcoolico, come piace a me. “Salud!” dissi, e le persone lì attorno mi fecero un piccolo applauso, cui seguirono i miei imbarazzatissimi (ancora) ringraziamenti. Finita questa presentazione, tutti ricominciarono a parlare, molti mi rivolsero delle domande sulla città da dove venivo, sulle altre che avevo visitato, ed insomma, ci mettemmo a chiacchierare come se ci conoscessimo da un sacco di tempo. Mentre discutevo con un uomo di mezz’età sulla situazione in Medio Oriente, il gelataio mi si avvicinò. “Bene, senor Kent, sta arrivando l’ora di cena. Vogliamo andare? “ Lo guardai un po’ sorpreso, ma poi capii che, praticamente, mi stava scroccando una cena... beh, sorrisi tra me, in fondo, mi aveva organizzato un bel comitato di benvenuto, e poi volevo sapere come diavolo avesse fatto a conoscere tante cose di me. “Seguro, Tio, io ceno al Pejote, ma tanto questo lei lo sa già, vero?”

“ah ah, si, lo so, lo so” e ci avviammo verso il mio albergo. Durante il tragitto di ritorno, il mio nuovo amico veniva salutato da praticamente tutte le persone che incontravamo, ed evidentemente io godevo di riflesso della sua popolarità, visto che i sorrisi di saluto venivano indirizzati anche a me. Arrivammo in albergo poco dopo le 9 di sera, e mama Elisa accolse Tio Pepe con un grande abbraccio. “Tio, come stai? è molto che non entri nel mio locale!”

“Eh, mama Elisa, anche tu è molto tempo che non vieni a prendere un gelato da me!” e così ridendo, ci dirigemmo a cena. Una grande tavola era posta proprio al centro della sala da pranzo, e tutti gli ospiti dell’albergo, pochi in verità, vi erano seduti attorno. Tio Pepe, detto El Frijo per il lavoro che faceva, prese il posto d’onore a tavola, ed io fui fatto accomodare al suo fianco. A seguire, vennero tutti gli altri ospiti. Mentre prendevamo posto, entrò Juanita con un enorme vassoio di pesce, e mama Elisa con un altro vassoio con carciofini, asparagi, patate ed altre verdure. Ci servimmo dal vassoio, e quando videro che in tavola non mancava nulla, anche Juanita e sua madre si sedettero con noi. Ben presto il pesce sul vassoio finì, stessa fine fecero le verdure, ed anche l’ottimo vino bianco locale fu ben dimezzato. Al termine della cena, le signore sedute a tavola si alzarono ed aiutarono mama Elisa e Juanita a spreparare, mentre noi uomini prendemmo il vino rimasto nelle bottiglie e lo versammo nuovamente nella damigiana. Ognuno faceva qualcosa: chi spazzava, chi toglieva la tovaglia e i tovaglioli, chi sistemava le seggiole, chi cercava qualche disco da suonare sul vecchio giradischi accanto al bar. Per me, abituato ad essere servito negli alberghi europei e nordamericani, era una sorpresa, e dopo un attimo di disorientamento anche io mi diedi da fare, prendendo i soprammobili che stavano su un cassettone e riponendoli nuovamente sulla bella tavola di legno. Passammo quindi tutti sulla veranda, parlando e ridendo tra noi, ed ovviamente l’argomento principale di conversazione ero io, o meglio, la mia attività.

“dica, senor Kent”, mi apostrofò un baffuto signore di nome Carmelo, di circa settant’anni, “lei ha vissuto in Spagna. Io da giovane sono stato a Barcellona, sarà stato nel ’52 o ’53. Credo sarà cambiata parecchio, da allora, no?”

“Beh, senor Carmelo, io Barcellona l’ho vista la prima volta nel 75, e mi piacque molto la sua architettura, e soprattutto la sua disposizione urbanistica, con strade squadrate ed ortogonali tra loro. Certo, da allora sono state costruite le metropolitane, credo ora siano 6 o 7 linee, ed e’ diventata una vera città moderna, se si escludono le ramblas”

“ah, e’ diventata una città moderna? mmm, che peccato ...”.

Rimasi un po’ sbalordito dalla sua affermazione, ma prima che potessi chiedergli spiegazioni, una signora sui trentacinque anni, molto carina e ben fatta, mi prese sotto braccio e mi chiese: “Parliamo di cose serie, signor Kent? lei è sposato? quanto guadagna l’anno?”

“Beatrice!” esclamò mama Elisa, facendo finta di essere scandalizzata “non sono domande che si pongono ad un ospite appena conosciuto... aspetta almeno domani, no?” disse ridendo. “Domani?” rispose la giovane “domani potrebbe essere tardi, entro domani chissà quante belle ragazze potrà aver conosciuto il nostro Ice ...” e si mise anche lei a ridere. “Si, signora Beatrice” dissi io “sono sposato con una donna molto in gamba, che nonostante le mie assenze continua ad aspettarmi, ed ho uno splendido figlio. Per quanto riguarda il mio stipendio, beh, la deluderò dicendo che non guadagno più di trentamila dollari l’anno, al netto delle tasse.” Pensavo che questa mia affermazione sarebbe caduta nel vuoto, tanto era banale, ed invece ammutolirono tutti. “ho detto qualcosa che non va, signorina?” chiesi sottovoce a Juanita che mi stava vicina. “No, mister Kent, non ha detto nulla che non va, tranne rispondere alle troppe domande dei miei curiosi ospiti. “ ed alzando un poco la voce, rivolgendosi al gruppo, aggiunse:”Vero che siete solo curiosi?”

“ah si, si, ci scusi senor Kent”, disse a nome di tutti il senor Carmelo, “ma non arrivano poi tanti ospiti dall’Europa, qui, ed il tenore di vita del Messico è più basso di quello europeo” “Si, capisco benissimo. E se permettete, voglio offrirvi un bicchiere di tequila per celebrare l’incontro tra così tante persone simpatiche! “ Vidi Tio Pepe che annuiva, sicuramente gli piaceva la tequila, e Juanita ed un’altra ospite portarono una bottiglia di liquore ed un vassoio con dei bicchierini. Dopo il brindisi, ormai erano le 11 di sera passate, la comitiva iniziò a sciogliersi, la signora Beatrice mi disse che l’avrei trovata l’indomani al porto, dove doveva contrattare il noleggio di una barca, e tutti quanti ci salutammo promettendoci di rivederci presto. Gli ospiti dell’albergo salirono in camera, e nella hall rimanemmo solo io, Tio Pepe e mama Elisa. “Allora, mister Ice, che impressione le abbiamo fatto?” mi chiese Tio Lo guardai intensamente, come pensando ad una risposta, cosa che effettivamente feci, poi gli chiesi “Perchè il sapere quanto guadagno vi ha colpiti così tanto, prima? non e’ uno stipendio altissimo, è nella media della mia professione, considerando anche che son vent’anni che faccio questo mestiere” Rispose per lui mama Elisa: “Vede, signor Kent, c’è una cosa che lei deve sapere sull’economia di San Felis de Tijuana. I soldi che il suo giornale ci ha pagato per il suo soggiorno qui da me, basteranno per pagare le tasse di tre mesi al Gobierno Central. Fra tre mesi, arriverà qui una comitiva di dottori dell’America del Norte, ed anche i loro soldi ci serviranno per altri tre mesi di tasse. In pratica, le tasse di tutto il paese sono pagate dalle quattro o cinque comitive che riesco ad ospitare durante l’anno, grazie ad un mio cugino che lavora in una agenzia turistica di Philadelphia. Gli altri ospiti che lei ha visto, pagano con dei piccoli servizi che io chiedo loro: chi fa la spesa, chi mi aiuta in cucina, qualcuno ripara le cose che normalmente si guastano; lo sa che il signor Carmelo da giovane era militare del Genio? ha un vero e proprio talento per riparare le cose, e due o tre volte l’anno passa da me, rimane una settimana insieme alla moglie, mi ripara la condotta dell’acqua, o controlla l’impianto elettrico, o rimette a posto una porta che non chiude bene. La signora Beatrice ha un negozio di stoffe a Dallas, e quando arriva porta tutto il suo campionario, così che ogni anno ho tendaggi e tovagliati nuovi. In cambio, viene qui una settimana da sola, ed una settimana insieme ai suoi figli, per far loro cambiare aria. L’anno scorso li ha dovuti lasciare qui un mese intero, e per sdebitarsi mi ha rinnovato completamente tutto il guardaroba di servizio.”

Rimasi a dir poco stupito. “Ma scusi, mama Elisa, gli altri abitanti del paese come fanno? “ Fu Tio Pepe che mi rispose, stavolta “Vedi, Ice” passò al ‘tu’ con naturalezza “alcuni di noi lavorano in fabbrica, e chiaramente portano soldi a casa, spesso son pagati in dollari. Questi soldi servono ad esempio per pagare le medicine, o le bollette della corrente o del gas o del telefono. Ma vengono messi a disposizione di tutta la comunità, non rimangono nelle tasche di chi li guadagna, non tutti, almeno. Io ad esempio offro gelati. Il figlio del carnicero, il macellaio, passa da me due volte a settimana e prende gelati per tutta la famiglia. In cambio, il sabato io passo dal padre, che mi fa trovare un involto con dentro dei bei pezzi di carne, vitello, manzo, con cui preparo il lesso per le mie minestre. Il falegname passa dal lattaio a prendere due litri di latte al giorno per la propria famiglia, ha quattro figli, capirai, ed in cambio gli ripara le finestre, o costruisce un bancone nuovo. Certo, alcune cose bisogna per forza pagarle, come quando si deve fare un telegramma, o un’operazione dal dentista. Ma in generale, qui viviamo senza troppi pensieri per i soldi. “ Mentre parlava, mama Elisa si alzò “Tio Pepe, mister Kent, scusatemi, ma è quasi mezzanotte, e domattina devo svegliarmi presto per andare al mercato. La corriera passa alle 7, e quindi alle 6 devo alzarmi. Buona notte, amici” ed andò a ritirarsi nella sua stanza. Io e Tio Pepe la guardammo allontanarsi. “Gran donna, mama Elisa. Il marito era pescatore, e 10 anni fa non tornò da una nottata di bufera sull’Oceano. Da allora, manda avanti la locanda da sola, anche se ora Juanita la può aiutare in tutto e per tutto.” “e tu, Tio Pepe” domandai io “cosa eri prima di vendere gelati a Tijuana?” Tio Pepe sorrise, e tirò una lunga boccata dal suo sigarillo.

“Io?” rispose “io sono 27 anni che abito qui, ed ora ne ho quasi 70. Ormai sono una parte del paese, sono anche io San Felis de Tijuana.” Disse queste parole a voce bassa, tanto che dovetti avvicinarmi per ascoltarlo. Continuò: “il mio vero nome è Francois Glace, ed ora mi chiamano El Frijo, singolare, no? Sono originario di un paesino della Normandia, e sono ingegnere edile. “

“Tu eri un ingegnere edile?” lo interruppi “cioè, scusami, non volevo offendere, volevo dire che, cioé ..“ “che cioè” continuò lui “non ti sembra vero che un ingegnere edile francese possa venire a vivere in un paese come questo? e perchè no? Se fossi stato un idraulico belga, o un medico boemo, sarebbe stato diverso? “ vidi che non si era offeso, anzi, sorrideva “Vedi, Ice, venni qui quando avevo 43 anni, ed ero uno dei dirigenti migliori della società dove lavoravo. In rapporto ai tempi di oggi, il tuo stipendio di trentamila dollari era per me il guadagno di tre mesi. Mi mandarono qui per sovrintendere la costruzione di una raffineria ad una ventina di chilometri da Tijuana, e presi alloggio proprio in questo albergo, ricordo ancora la camera, la 202” Sobbalzai: era il numero della mia camera! “he he he, Ice, lo so, mama Elisa consegna sempre questa camera agli stranieri che vengono da lontano...Ma continuiamo a raccontare. Mentre ero qui, mi giunse la notizia che mia moglie Roxanne stava molto male. Noi non avevamo figli, e lei era tutto quel che avevo. Non potevo però lasciare il cantiere, gli azionisti della società avrebbero pensato che andassi via a causa di qualche problema, e potevamo rimetterci un sacco di soldi. Così, telefonai ad un amico chirurgo, gli chiesi di occuparsi lui della malattia di mia moglie e, sicuro che fosse in buone mani, continuai il mio lavoro. Considera che 27 anni fa, non esistevano telefoni cellulari, e che anche una normale chiamata telefonica intercontinentale era un fatto piuttosto difficile. Beh, senza farla troppo lunga, mia moglie morì ad aprile, proprio di questi giorni. Quando ebbi la notizia, ero sul cantiere che dirigevo i lavori per la posa del primo pilone di struttura. Un fattorino arrivò con un telegramma, e quando lo lessi, tutto il mio mondo, il mio mondo di europeo, di occidentale, di dirigente ben pagato, crollò. Non so cosa avvenne, mi svegliai nella camera 202 con mama Elisa seduta accanto al mio letto, che mi teneva la mano. Ero stordito, non volevo credere che fosse successo, che la mia dolce Roxanne non ci fosse più, ed io non ero stato vicino a lei. Il giorno dopo, arrivò una lettera dal mio amico chirurgo, in cui mi spiegava che mia moglie erano ormai 5 anni che stava male, e che forse delle cure più tempestive avrebbero potuto salvarla; ma lei era troppo occupata a prepare le mie valigie per i miei continui viaggi all’estero, e riporre i miei vestiti quando tornavo a casa, che non volle mai dirmi nulla del suo male, né io me ne accorsi mai. Una settimana dopo, ero di nuovo in piedi, lasciai la società, il cantiere, tutto. Mi feci costruire un carretto dal falegname, ed il fabbro costruì per me una cella frigorifera, mentre il negoziante di elettrodomestici mi diede un piccolo compressore per il raffreddamento. Acquistai del ghiaccio con i pochi soldi che mi rimanevano, alcuni contadini mi diedero frutta, cacao e latte per fare i gelati, e da allora faccio il venditore di gelati a San Felis de Tijuana.”

Sentivo il bisogno di abbracciare quel vecchio, quell’ingegnere francese che era rimasto ad espiare la sua colpa a 15mila chilometri di distanza da casa sua, senza avere nemmeno una tomba su cui piangere la moglie. Invece rimasi fermo. Erano avvenimenti successi quasi trent’anni fa, ed era sciocco commuoversi. Ma il cuore fa strani scherzi al cervello. Mi chiesi: ed io, quanto tempo passo accanto a mia moglie e a mio figlio? come avrei reagito io, in una situazione simile? ma forse era solo la troppa Tequila, a rendermi malinconico ... Tio Pepe, accortosi della mia malinconia, mi disse “Forza, Ice, su col morale, la vita e’ comunque bella da essere vissuta! “ Detto questo si alzò, ed io con lui “Tio, ti auguro buenas noches” dissi. “Buenas noches, Ice, nos veemos pronto! “. Detto questo, se ne andò, ed io seguii a lungo il braciere del suo sigarillo, mentre si allontanava lungo la passeggiata. Andai anche io a dormire, e la cena e la tequila fecero miracoli sulla mia insonnia. Mi svegliai la mattina presto di buon’ora, e scesi per fare colazione. Al bancone, c’era Juanita: “buenas dias, senor Ice, como estas?” “buenas dias, senorita, muy bien gracias” le sorrisi io. Mi preparò una colazione a base di uova, pancetta, pane tostato e caffè, caffè vero, all’italiana. Le chiesi dove potevo affittare una macchina, in paese, per i miei spostamenti nella regione: “vada da Enrique, è il padre del mio fidanzato, le dica che sta da me, e le darà la prima macchina disponibile” “Beh” dissi io “visto che non so far nulla di particolare, tranne scrivere, dovranno per forza accettare i miei soldi, no? “ “ah, non si preoccupi troppo di pagare, senor Kent, prima o poi troverà da solo lei stesso il modo di sdebitarsi” Feci cosi’, ed il senor Enrique volle a tutti i costi offrirmi un sigaro “... proveniente dalle mie piantagioni di tabacco, mister Kent, tutto tabacco di primissima scelta, può credermi! lo scriva anche sul giornale, se vuole: i sigari di Enrique, sono i migliori di todo el Mexico!” e con una grossa manata sulla schiena, mi diede le chiavi di una macchina che, beh, insomma, si, era una macchina, aveva motore, ruote, volante, cambio, persino i freni, probabilmente ... Mi diressi verso il primo dei miei appuntamenti, e tornai la sera al Pejote. Dopo cena, andai a cercare il carretto di Tio Pepe, e continuai a parlare con lui. Tutte le sere in cui rimasi a San Felis, dopo cena, andavo a chiacchierare con Tio Pepe, detto El Frijo, ex ingegnere edile francese di nome Francois Glace. Arrivò anche il venerdì, l’ultimo giorno della mia permanenza. Al Pejote fu data una grande cena, con vino e pesce e frutta e dolci a volontà, e persino un’orchestrina di veri messicani con le loro chitarre . Ci salutammo tutti, la signora Beatrice forse più calorosamente degli altri. Alla fine, come al solito, rimanemmo sul patio io, Tio Pepe e mama Elisa. Diedi a mama Elisa il mio indirizzo e l’indirizzo del giornale, promettendo che avrei mandato una copia del quotidiano tutti i giorni. Poi, io e Tio Pepe rimanemmo soli. “Ciao, Ice”, mi disse togliendosi il sigaro dalla bocca “spero di rivederti presto. Io son vecchio, ormai, e non so quanto tempo rimarrò a fare il venditore di gelati a San Felis de Tijuana. Mandami tue notizie, però, sempre qui al Pejote, ed io ti manderò i miei saluti tramite Juanita." Mi venne un groppo alla gola: a Tio Pepe ormai volevo bene come se lo conoscessi da anni, e le nostre chiacchierate serali mi sarebbero mancate. Ritornavo in Europa sicuramente più ricco, e non sto parlando né di dollari né di euro. L’indomani, lo stesso tassista che mi aveva accompagnato all’andata, mi riportò verso l’aeroporto di Tijuana, dove salii sul McDonnel-Douglas che mi avrebbe riportato a casa, prossima fermata Fiumicino. Mia moglie era venuta a prendermi, insieme a mio figlio Le successive settimane furono di normale attività, al giornale; i miei articoli piacquero sia al direttore che all’editore, che mi propose di ampliarli e raccoglierli in un piccolo reportage da inserire su un mensile. Ogni giorno, inviavo tre copie del quotidiano all’hotel El Pejote, San Felis de Tijuana, Mexico, ed ogni due giovedì ricevevo una lettera di Juanita in cui mi spiegava tutto quello che accadeva al paese, mandandomi sempre i saluti di Tio Pepe. Poi, un giovedì, non ricevetti la solita lettera. Il giorno dopo, venerdì, arrivò una busta marroncina, con scritto in bella calligrafia ‘Mister Ice Kent, Redazione de la Pregunta, Roma, Italia’ Aprii la lettera, e vidi che non era Juanita che scriveva, ma proprio Tio Pepe! Mi sedetti alla mia scrivania, e lessi lo scritto: ‘Caro Ice se stai leggendo questa lettera, allora significa che sono andato a raggiugere mia moglie Roxanne nell’aldilà, e spero di trovarla subito. No, Ice, non ti dispiacere per me. Io ho fatto la mia vita, ho fatto i miei errori, ho pagato il mio debito. Non ti scrivo per annunciarti la mia morte, ma per chiederti un favore. I bambini del paese erano ormai abituati a venire da me a prendere il gelato, ed ora che non ci sono più, dovranno andare fino a Tijuana per gustarne uno. Inoltre devo ancora molti favori, al farmacista, al dottore, al fabbro, per non parlare di mama Elisa e di Juanita. Ti chiedo solo, se puoi, di fare qualcosa per loro. Pensami, se vuoi Tio Pepe’ Rimasi per più di un quarto d’ora a contemplare la lettera, e quasi non volevo credere che il vecchio Tio Pepe, ex ingegnere di Normandia, non ci fosse più. In quel momento squillò il mio cellulare, era mia moglie: “Ice, sono io. Puoi venire a casa? nostro figlio non sta bene” Cosa stava succedendo? da quando ero tornato da San Felis le cose tra me e mia moglie non erano andate molto bene, io ero ancora più impegnato ora che il mio editore mi aveva promesso di farmi diventare vicedirettore del suo mensile, ed erano sempre di più i giorni che passavo fuori di casa. Ora, la morte di Tio Pepe e mio figlio che stava male: in nome del cielo, cosa sta accadendo? Scesi le scale del giornale e mi diressi verso l’automobile. Arrivato a casa, trovai mia moglie in salotto, ed il dottore seduto alla mia scrivania che stendeva una ricetta. “Come sta il bambino?” chiesi subito. Mia moglie non rispose, il dottore, un vecchio amico di famiglia, si girò a guardarmi, si tolse gli occhiali e si alzò dalla seggiola. “Ice, tuo figlio per ora sta bene, ha avuto una crisi di asma molto forte. Tu forse non lo sai, ma ormai curo tuo figlio da circa un paio di mesi, non te ne eri accorto?” Un paio di mesi? ed io non sapevo nulla. Guardai mia moglie: “Ice, tu a casa non ci stavi mai, ed io ho provato a dirtelo tante volte, ma tu un giorno dovevi prendere l’aereo, un altro giorno avevi una riunione col capo, un’altra volta mi rispondesti che bastava dargli uno sciroppo per la tosse. Io ero sola, Ice, cosa dovevo fare? cosa?” disse queste parole calma, senza ira nella voce, e questo fu ancora peggio per me, lei non mi dava colpe, lei prendeva atto della mia assenza ed agiva da sola. Era fare il padre, questo? era essere un compagno per mia moglie, questo? Guardai di nuovo il dottore: “Ice”, mi disse, “sarò sincero con te. Tuo figlio non è in pericolo di vita, ma se continuate a vivere in questa città, potrebbe ammalarsi seriamente. L’unica soluzione sarebbe andare a vivere in un paese soleggiato ed in riva al mare, e con una piccola cura ricostituente, una sana alimentazione ed un’aria pulita, il tuo ragazzo tornerà ad essere forte e resistente come quando è nato. Ma continuare a vivere qui, significherà la fine, per lui” Mi stava crollando tutto addosso ... poi mi ricordai! tutto mi fu chiaro: la morte di Tio Pepe, i favori che doveva al fabbro e al macellaio e a tutti gli altri, lui che si chiamava Glace, io che mi chiamo Ice, il carrettino dei gelati .... “Va bene, dottore, credo di avere la soluzione. Dammi solo un mese di tempo per organizzarmi, e risolveremo anche questo problema” ‘grazie, Tio Pepe’, pregai tra me. Mia moglie mi chiese cosa avessi in mente, ed io le raccontai tutto, le mie idee, i miei progetti, e al diavolo il giornale, la rivista e lo stipendio promesso da cinquantamila euro l’anno. Lei non disse nulla, andò in camera del ragazzo ed io la seguii. Stava dormendo: Dio, come era pallido! “Faresti questo per lui?” mi chiese mia moglie “Lo farò per lui, ma anche per noi, amore” risposi. Le settimane seguenti furono intense e frenetiche: dovevo sistemare un mucchio di cose, regolare alcuni conti, dare disposizioni alla banca, parlare col mio editore. Un mese dopo eravamo tutti e tre a Fiumicino, ad attendere il Boeing che, tappa Lisbona, ci avrebbe portati tutti e tre a Tijuana, Mexico. Quando scendemmo all’aeroporto di Tijuana, cercai il tassista dell’altra volta, che mi riconobbe subito e venne verso di me: “Senor Kent, tiengo gusto que vederla. Es su mujere, esta? Y su nino? bueno, ciao, nino, como estas?” Intanto caricavamo le valige sul suo taxi malandato, e ci condusse al Pejote. Quando arrivammo, mama Elisa e Juanita erano fuori ad attenderci. Ci abbracciammo piangendo, abbracciarono anche mia moglie e mio figlio, poi ci aiutarono con i bagagli e ci condussero in camera, la 202, ovviamente. Mentre mia moglie e mio figlio disfacevano le valige, io scesi al piano di sotto a parlare con Juanita. “Juanita”, le dissi, “puoi accompagnarmi a ... “ “certo, Ice. Lo abbiamo sepolto proprio qui vicino, con il viso rivolto verso l’Oceano. Arrivammo sul posto dove era sepolto Tio Pepe. Una semplice croce in legno, ma molto bella, riportava le date di nascita e di morte, dei fiori freschi nel vaso. Mi vennero le lacrime agli occhi. Presi un cigarillo dalla tasca, e lo deposi gentilmente sulla lastra di marmo che proteggeva l’ultima dimora di Tio Pepe.

Poi mi voltai, e lo vidi. Il carretto dei gelati era in ottimo stato, anche dopo la sua morte la gente del paese aveva provveduto a pulirlo, riverniciarlo, controllare che vi fossero abbastanza gelati, ed ogni tanto ne prendevano qualcuno.

Mi avvicinai al carrettino, lo accarezzai, e tornai in albergo spingendolo lentamente davanti a me. Qualcuno aveva anche ridipinto l'insegna di blu, su cui adesso mancava solo il nome...



Mi chiamo Ice Kent, un tempo facevo il giornalista, ora faccio il gelataio a San Felis de Tijuana...

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categoria : racconti

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