Sono le sette di sera.
Il cielo si è fatto lentamente scuro, tanto lentamente che mi sono accorto di stare al buio solo quando non riuscivo più a distinguere le lettere stampate sulla pagina del libro che stavo leggendo.
Guardo fuori dalla finestra del balcone della mia cucina, e non mi stupisco che stia piovendo.
La pioggia è fitta, non veloce, arriva in terra con calma, come sapendo dell'ineluttabilità della forza gravitazionale.
Le luci dei lampioni che scorrono fermi lungo la strada di casa mia riflettono la pioggia, donando alle gocce un momentaneo istante di celebrità, per poi perdersi, assieme alle altre, nella strada verso l'asfalto.
Altre luci scorrono, queste in movimento, luci bluastre verso di me, luci rosse che si allontanano, come in un effetto Doppler astronomico.
Sono le automobili di chi si dirige verso il centro città, per una serata al cinema, a cena o (magari) in un teatro.
Presto per la discoteca, mi hanno spiegato amici con figli diciassettenni: in genere escono di casa alle dieci di sera.
Stavo quasi per scrivere: 'Sul piatto suonano gli Stones', ma ormai non uso più il mio Thorens, che tengo solamente per far stupire i miei figli ed i loro amici.
Invece sono costretto a scrivere che il lettore sta suonando gli Stones; sto guardando una strada, bagnata e trafficata, e loro cantano delle Streets of Love.
Non ci sono molti altri brani da ascoltare nel loro ultimo lavoro, ma è sempre un disco dei Rolling Stones, e va ascoltato, come la messa il giorno di Pasqua.
Io, che credente non lo sono più da molto tempo, ritorno nella sala e tolgo il disco, sostituendolo con i Red Hot Chili Peppers, riascoltando per l'ennesima volta, da capo a piedi, Californication.
Un disco bellissimo, un ritmo di gocce che cadono e di tuoni in lontananza.
Ritorno a guardare fuori dalla finestra, ormai son quasi le otto.
L'albero davanti casa mia è sempre lì, nè mi aspettavo che si spostasse.
Lo dico solo per essere certo che vi siano ancora punti stabili, fissi, incuranti di quanto accade attorno, e sotto, di loro.
Attraverso le foglie dell'albero risplendono i lampioncini del viale di accesso al palazzo, un corto vialetto in mattoni che dalla strada conduce al portone.
Cena, lettura della posta, caffè, sigaretta.
Cambio il disco, ascolto i Three Doors Down, l'album si intitola Away From the Sun. Li ho scoperti cercando le classifiche degli USA, mi piaceva il nome del gruppo ed ho scaricato un paio di brani, poi tutto il CD.
Non li sento molto, in Italia, ma negli USA pare che siano in classifica da qualche mese.
Bel disco, una sonorità pulita, senza fronzoli, e brani molto toccanti.
Non piove più, e la strada bagnata riflette i fari delle auto, in numero minore rispetto a prima.
Strano, cerco l'equilibrio mentre scrivo.
Cancello parole, le sistemo, le guardo da lontano e poi tolgo una virgola, aggiungo un aggettivo, modifico un verbo.
A cosa serve avere equilibrio, mi chiedo? A non cadere.
Camminare è una continua ricerca di equilibrio: il busto si porta avanti, insieme ad una gamba, l'altra arriva subito dopo, ed un attimo prima di posare a terra il piede ecco che il busto ricerca una nuova posizione più avanti, ed ancora più avanti ed avanti ancora.
Buffo, la ricerca dell'equilibrio ci porta lontano dal punto di partenza.
Ma anche il punto di partenza era un punto di equilibrio, non credete?
Prendiamo un pendolo.
Un pendolo è in equilibrio sia quando è fermo che quando è in movimento. Anzi, l'equilibrio naturale per un pendolo è proprio l'azione di pendolare. Ogni pendolo ha la sua frequenza fondamentale di pendolamento, che tecnicamente si chiama oscillazione.
Questo fa si che l'ampiezza dell'oscillazione, modulo attriti di frenamento, sia costante.
Poniamo che un pendolo abbia un'ampiezza di oscillazione di sessanta gradi, che è l'angolo formato dalle lancette dell'orogologio quando sono le dieci.
Di sera o di mattina non fa differenza.
Se voi spostate il pendolo di sessantacinque gradi, lui pian piano si metterà nella posizione di equilibrio, e continuerà a muoversi con una ampiezza di sessanta gradi. Ossia la sua ampiezza caratteristica, funzione solamente della lunghezza della corda che lo lega al fulcro. Come la Terra che ruota attorno al Sole. Come il Pendolo di Foucault.
In fisica esiste una funzione, detta lagrangiana dal nome dello scienziato francese Lagrange, che definisce la forma dell'energia di un sistema dinamico.
Facendo un disegno dell'energia del pendolo, troviamo dei cerchi isoenergetici, cioè un insieme di punti di energie permesse dal pendolo.
Se introduciamo l'attrito, invece di avere un cerchio otteniamo una spirale decrescente. Sta a significare che il pendolo, pian piano, si ferma.
Il punto in cui termina la spirale, ossia il centro del cerchio, si chiama Pozzo.
Ed ecco che torna Edgar Allan Poe, il Pozzo e il Pendolo.
Torniamo a noi, al nostro equilibrio.
Un pendolo sembra essere l'epitome dell'indecisione: solo un istante non misurabile si ferma in una posizione, poi viene irresistibilmente attratto dall'altro lato.
Lì arriva prima accelerando, poi esitando fino a fermarsi, ed anche qui solo per un istante infinitesimo, la sua decisione l'ha presa mentre si avvicinava, torna via ancora, e ancora, e ancora.
Solo una forza esterna lo ferma, ed allora precipita in un Pozzo, un punto che non è nè da una parte nè dall'altra, ma esattamente in mezzo ai due, fermo per un tempo infinito.
Sarà felice il Pendolo di aver trovato la buddista via di mezzo?
L'albero è sempre lì, fuori dal mio balcone.
Per non vederlo più, o io o lui.
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