Negli ultimi giorni sono accadute un paio di cose.
Mia madre domenica ha avuto l'idea di farsi venire un'ischemia, piuttosto estesa, ed ora è ricoverata al Policlinico di Roma, al Pronto Soccorso perchè non si trova ancora un posto in reparto a Neurologia.
Ho trascorso la nottata tra domenica e lunedì e quella di ieri praticamente di piantone in sala d'aspetto al DEA, come è chiamato il Pronto Soccorso.
Lì mi sono accorto della variopinta umanità che compone l'universo degli ospedali, senza casa che rimangono a dormire sulle scomode seggiole della sala d'attesa, parenti che vogliono entrare in cinque a trovare il proprio parente, in un reparto che dovrebbe contenere 5 letti e ne ospita invece 25, dottori ed infermiere ognuno con il proprio bagaglio di competenze, di umanità, ed anche di stanchezza e di antipatia.
Rimanere fino alle due per cercare di parlare con il dottore di turno, che naturalmente ha cose più importanti che non parlare coi parenti del malato, ma anche questo è un punto di vista, diametralmente opposto a quello dei parenti stessi.
Senti l'odore del tuo e dell'altrui sudore, dei disperati che si coprono con un cappotto regalato da qualche parrocchia o dagli stessi infermieri dell'ospedale, bevi il caffè orrendo delle macchinette e ti addormenti nel tepore e nel brusio di tutta questa umanità.
Mia madre, tra parentesi, se esce dalla crisi ne avrà per molto, prima per stabilizzare la situazione neurologica, poi per risolvere i problemi di circolazione (carotide occlusa, probabile futuro intervento), ed infine per la riabilitazione di braccio e gamba sinistra rimasti, come si dice, offesi dall'ischemia.
Di questo scriverò più avanti, probabilmente.
Poi c'è una persona, tra le più importanti della mia vita, che si laurea, che avrei voluto accompagnare per condividere con lei la soddisfazione di un obbiettivo raggiunto, e che invece non sono riuscito, ancora una volta, a rendere felice.
Una persona che con caparbietà, a testa bassa, ha affrontato lunghi anni di studio per prendere una laurea che, forse, non le darà un lavoro, ma che nessuno le potrà togliere mai, e di cui sono particolarmente orgoglioso.
Una donna che non si fa abbattere da nessuna avversità, che tira avanti, a volte meglio, a volte peggio, con tante delusioni e attorno a se un clima di sfiducia che lei, invece, ha saputo contrastare, pagandone il prezzo fino all'ultimo soldo.
Poi guardo fuori, ha smesso di piovere ed il freddo sembra ancora più intenso, e su quel treno che la riporta a casa vorrei esserci io, con lei, per condividere tutte le sue paure e le sue speranze, per farla ridere e darle consigli.
Ben fatto, Dottoressa!
Permalink ¦
commenti (9)¦
commenti (9)(popup)
categoria :
vita, autoreferenza, lo studio di psicanalisi